lunedì, 22 maggio 2006
(Editoriale di "Pride"; giugno 2006)

Il non inserimento dei Pacs nel programma elettorale dell’Ulivo è  stato uno di quegli spartiacque che ogni tanto capitano, nella storia  del movimento gay. Non tanto per la portata dello sgarbo (che si  limita a dilatare i tempi d’approvazione di una legge che però è  inevitabile che sia approvata) quanto per il significato simbolico. Con questo gesto i partiti ci hanno fatto sapere che consideravano  inutile sia la nostra rappresentanza politica, sia la strategia di  dialogo del movimento gay con il mondo della politica.

Che vada cambiato qualcosa nel movimento lgbt italiano non lo dico  io, lo dicono ormai tutti. Sul fatto però che siano solo i dirigenti  del movimento gay a dover essere cambiati (anche se ciò è in effetti  urgente  e più che mai necessario) mi permetto di dissentire.
Perché il mondo gay italiano non ha bisogno solo di una dirigenza che  non sia incatenata mani e piedi ai Ds, come lo è l’attuale dirigenza  Arcigay. Sono molte altre, e talora ancora più importanti di questa,  le cose che ci mancano.

Detta in una frase: se le paturnie di un gruppo ristrettissimo di  venti o trenta dirigenti fanno il giorno e la notte, ciò avviene  anche perché al di fuori di questo gruppo, al quale è stato delegato  ogni onore, ma anche ogni onere, c’è il deserto.

L’Italia è ormai l’ultimo paese europeo in cui non esiste una legge  sui pacs, ok. Ma è anche l’unico paese europeo in cui, ogni anno, il gay pride suscita polemiche e opposizioni in primo luogo fra i gay  stessi (sì, gentili lettori, sto parlando proprio di voi), a iniziare  da, ma non limitandosi a, i gay di centrodestra.
L’Italia è in  effetti anche l’unico paese europeo ad avere un movimento gay di  centrodestra che non sia libero da tentazioni, toni e argomentazioni neofasciste e razziste. E questo pesa, oh se pesa.

Per par condicio, l’Italia è anche l’unico paese europeo ad avere  un’ala di estrema sinistra del movimento gay incapace di fare una  qualsia proposta politica autonoma. Da dieci anni (e sto calibrando  le parole, mentre le scrivo) tutta la galassia a sinistra di Arcigay ha come unico programma politico dire di no a qualunque proposta faccia l’Arcigay. Punto. Se l’Arcigay propone di allattare i bambini al seno, loro propongono di usare il latte in polvere Nestlè. Così, per il gusto. Si propone un gay pride nazionale a Firenze? “Fatelo, e noi lo saboteremo”. Si chiedono i pacs? “Noi siamo per l’abolizione del matrimonio per gli eterosessuali, altro che pacs per i gay”. 
Eccetera. Dopodiché ogni decisione del movimento LGBT risulta sempre un pastrocchio... Ma davvero??

L’Italia è l’unico paese europeo a non avere un movimento di "gay credenti" in grado di sfidare la Chiesa sul suo terreno, quello della dottrina: i gay credenti americani scrivono trattati di teologia, quelli italiani celebrano messe gay col sacerdote gay che dà l’assoluzione gay dopo che hanno peccato come gay... Perché il fatto che l’omosessualità sia un peccato, non sono capaci di metterlo in dubbio. E poi ci si stupisce se all’estero molti deputati democristiani hanno votato a favore dei pacs, mentre invece in Italia...?

L’Italia è l’unico paese europeo in cui la battaglia per i pacs (o il matrimonio gay, che a mio parere a questo punto è la sola richiesta sensata, visto che i pacs non li vuole più nessuno) è portata avanti non dalle coppie che intendono usarla, come è stato in tutti gli altri paesi del mondo, ma da persone che nella vita privata sono singles, o comunque non intenzionate a usare un’eventuale legge. 
(Coppie gay che dovreste usarla, questa legge, ma voi dove siete? Volete la pappa fatta dagli altri?).

L’Italia è il solo paese in cui gli imprenditori gay non sono capaci di creare un’associazione d’imprenditori gay, perché sono troppo impegnati a farsi la guerra a furia di colpi bassi. Ciò provoca le commistioni, a volte insane, fra commercio e politica che conosciamo tutti. E non solo nell’Arcigay, dato che i gruppi più scalmanati a strillare contro la “commercializzazione” del movimento gay, sono poi quelli che campano interamente dalla gestione di “festicciole” (loro le chiamano così) che muovono milioni di euro e pagano decine di stipendi. Solo il commercio degli altri puzza, il proprio invece è rivoluzionario...

Dopodiché non c’è da stupirsi per il fatto che Italia sia l’unico paese in cui la commistione fra commercio e politica è arrivata oltre il livello di guardia: oltre il conflitto d’interessi. E insisto: non parlo solo di Arcigay. Parlo anche di tutti quei gruppi che da anni strillano contro ciò che poi sono i primi a fare, escludendo però sempre se stessi dalla loro condanna durissima e severissima.
Qualche giorno fa sono venuti a trovarci due organizzatori del pride di Nizza. L’uno, presidente dell’associazione imprenditori, che riunisce 50 locali gay di Nizza (50, in una città di 300.000 abitanti!). L’altra, presidente del centro gay locale. Assieme, ma separati, come funzioni e ruoli. Però d’accordo entrambi sull’importanza del pride. Per l’Italia sarebbe pura fantascienza...

Per non farla troppo lunga, l’Italia è il solo paese importante in cui in trent’anni la visibilità gay e il coming out hanno fatto passi minimi. Per molti anni troppi di noi (sto parlando ancora di voi, gentili lettori) si sono illusi che non fosse necessario accettare l’idea di essere gay e lesbiche (e non genericamente “bisex” o “nonvvojoddefinirmi”), pagando il prezzo connesso alla difesa delle proprie idee e della propria dignità, e delegando tutto a trenta personaggi politici, che facessero loro la battaglia “al posto di”.
Oggi sarebbe quindi troppo comodo prendersela solo con quei trenta.

Che possono avere sbagliato, soprattutto nell’appiattire la strategia sul dialogo con un unico e solo partito (se Ds o Rifondazione importa poco, qui), ma che i miracoli non sono attrezzati a farli. La lotta politica, per qualsiasi cosa, deve poter contare, quando le trattative al vertice vanno male, sulla piazza, su - che so - centomila persone che si mobilitano per i loro diritti. Invece tutti si aspettano che siano gli altri a scendere in piazza per loro che però, poverini, “non possono” farlo, perché se lo viene a sapere la mamma o la zia, capisci...

No, non capisco, anzi m’incazzo. Anche perché coloro che non fanno nulla si riservano di criticare quello che fanno i pochi che fanno. E si permettono d’insinuare (“sapessi quanti soldi si mangiano, quelli, alle spalle di noi gay...”), spargere veleni, insultare...

Il valore di una dirigenza si giudica dai risultati ottenuti. L’attuale dirigenza ha subito una sconfitta colossale, quindi va cambiata. Ma se tale cambiamento si riduce a sostituire trenta poltrone (con tutti i gay affetti da “candidosi” politica acuta, trenta culi per sedersi su quelle trenta sedie si trovano in pochi secondi) allora tanto vale. Se avessimo avuto trenta rifondaroli o trenta radicali o trenta verdi invece che trenta diessini ai vertici, non sarebbe cambiato nulla.
I politici ridono di noi non per il partito a cui apparteniamo, ma perché sanno che in qualunque modo ci trattino tanto noi non protesteremo mai, se non con vacui comunicati stampa “fermamente indignati” (sai che paura!). Il punto è che i gay non scendono in piazza. Punto. “Sai, non vorrei che mia madre venisse a sapere che il mio amico che dorme tutte le notti nel mio letto in realtà non è solo un amico”.

Se questi sono i gay italiani (e sto parlando sempre di voi, gentili lettori), allora la dirigenza attuale va addirittura di lusso.

Se vogliamo un movimento diverso, proviamo per una volta a cominciare dalla base...
postato da: dallorto alle ore 00:51 | Permalink | commenti (11)
categoria:arcigay, arcilesbica
sabato, 06 maggio 2006
5 maggio 2006
(lettera aperta)

Leggo con raccapriccio le esternazioni dell'onorevole Vladimir Luxuria sulla stampa odierna, in cui il neoeletto dichiara che non firmerà la proposta di Grillini sui Pacs, ritenendola troppo avanzata (nonostante si tratti di una riproposta di una formulazione già sottoscritta da più di 150 deputati nella scorsa legislatura).

La dichiarazione, al di là del contenuto, è comunque importante, ed è utile a fare finalmente chiarezza sulla questione dei Pacs, dimostrando quanto giuste fossero  le critiche rivolte dal movimento gay e lesbico alla formulazione volutamente sibillina del programma dell'unione rispetto ai Pacs:
"La nostra posizione è quella di fedeltà e lealtà al programma dell'Unione, ci riteniamo vincolati al programma e pensiamo che il confronto sia necessario con tutte le forze della coalizione. (...) Così si rischia di andare al muro contro muro".
Dunque, ha chiarito l'on Luxuria, i Pacs nel programma dell'Unione NON ci sono, contrariamente a quanto hanno proclamato in campagna elettorale vari partiti, fra cui i Ds ma anche Rifondazione Comunista, che si era attribuita addirittura il merito di avere trovato un compromesso che ne salvaguardasse la sostanza, sia pure a scapito della forma. Vladimir ci ha invece chiarito che non era vero: lei si attiene a l programma, e "quindi"  non firma la richiesta dei Pacs.
"Quindi" è ufficiale: nel programma i Pacs NON ci sono. Lo sapevamo già, ma la conferma ufficiale ci è utilissima per decidere come comportarci in futuro.

Come elettore NON pentito di Rifondazione (i Pacs nella vita non sono tutto, come ha dimostrato il flop della Rosa nel Pugno: "vogliamo le rose, ma vogliamo anche il pane") prendo atto di questa chiarezza, che sarebbe stata comunque più utile prima delle anziché dopo le elezioni.

Al compagno Vladimir desidero chiarire solo due cose:
  • Se ritiene che la sua elezione abbia come scopo quello di "moderare" il movimento gay e le sue richieste, ha sbagliato ruolo e momento. Proprio la vicenda dei Pacs, dimostrando l'inaffidabilità della controparte politica, ha radicalizzato il movimento gay. Nella misura in cui i nostri rappresentanti sono stati scavalcati, delegittimati, smentiti e umiliati dall'Unione, il movimento non è più interessato a trattare attraverso loro. Quindi neppure attraverso Vladimir Luxuria. Può quindi risparmiarsi il ruolo, per lei inedito, di paladina della moderazione, perché lo reciterà solo a proprio esclusivo beneficio.
  • Se ritiene che i Pacs siano una richiesta troppo avanzata, che rischia di impedire «che ci sia il dialogo con tutte le forze del centrosinistra che hanno anche idee diverse dalle nostre», le è di sicuro sfuggito che i Pacs sono una richiesta ormai superata. I Pacs erano una proposta che mediava tra le esigenze del mondo gay e quelle delle "forze del centrosinistra che hanno anche idee diverse dalle nostre". Un compromesso raggiunto faticosamente, con anni di aggiustamenti e mediazioni all'interno del movimento gay, che Vladimir dovrebbe conoscere. Ma nel momento in cui è stato dichiarato in modo ufficiale dalla controparte l'assoluto disinteresse a ragionare sulla base di tale mediazione, non esiste più nessun motivo a fossilizzarsi su di essa.
Non esiste infatti alcun motivo per cui l'Italia non dovrebbe fare come la cattolicissima Spagna, paese in cui è nata l'Opus Dei e che ha vissuto una dittatura fascista più lunga della nostra. La richiesta del movimento gay si sta orientando ormai verso la pura e semplice richiesta del matrimonio. Sarebbe veramente buffo e divertente che fossero i rappresentanti LGBT comunisti a fare come i giapponesi, che si ostinavano a combattere nella giungla una guerra che era già finita da anni. La frontiera del dibattito ormai si è spostata verso la richiesta del matrimonio gay. Una richiesta decisamente più "rivoluzionaria", ma che non dovrebbe certo spaventare una rappresentante eletta in un partito che la rivoluzione non l'ha mai vista come una sciagura. E meno male, aggiungo io.
 Giovanni Dall'Orto (direttore del mensile gay "Pride")
postato da: dallorto alle ore 05:10 | Permalink | commenti (6)
categoria:rifondazione comunista, grillini franco, luxuria vladimir
sabato, 06 maggio 2006
Da "Pride" n. 82, aprile 2006

E così i segretari dei partiti di sinistra si sono accorti che non inserire i Pacs nel programma elettorale è stata una cazzata. E quindi, oltre al danno, ci siamo pure dovuto subire la beffa delle spiegazioni sui "compromessi dolo(ro)si, ma necessari" a cui erano
stati "obbligati". Seguiti da rassicurazioni sul fatto che comunque tutti loro erano a favore dei diritti dei gay.
Una presa in giro talmente palese da permettere alla portavoce di Forza Italia, Elisabetta Gardini, di chiedere a Prodi, se davvero era a favore dei diritti delle coppie gay, di specificare in che senso, e in che modo. Ottima domanda, a cui on a caso non è stata data risposta.
 
Il punto è che le risposte vere, non è che non volevano, ma non potevano darcele. Un po' come Enrico Berlinguer che non "poteva" spiegarci che il "Compromesso storico" (oggi meglio noto col nome d'arte di "Partito democratico") nasceva dal fatto che gli Usa gli avevano fatto sapere che se i comunisti fossero andati al governo per via democratica, loro avrebbero usato Gladio per organizzare un colpo di stato, come in Cile. Era una cosa che Berlinguer non "poteva" dire ai suoi elettori, perché era come dir loro "non votateci, tanto al governo non ci possiamo andare". Ma che non poteva nemmeno ignorare: la brutta fine di Allende era ancora nella memoria di tutti.
Nello stesso modo, tutti i politici sanno, ma non possono dire, che queste elezioni (che per me che scrivo sono ancora future) servono solo per fare la conta sull'unico progetto politico vero
attualmente sul tavolo di lorsignori politici: la ricostruzione del "Grande Centro".
Detta in due frasi: se Berlusconi perde, ma i voti di Rutelli sommati a quelli dei cattolici (veri o di convenienza) del centrodestra, e a quelli dell'ala di destra della Quercia, riescono
ad arrivare al 51% o più, allora Prodi dura dieci minuti (ed anche l'unità della Quercia, ma questo è un altro discorso). Se invece la sinistra-sinistra è numericamente abbastanza forte nel centro-sinistra da rendere impossibile il Grande Inciucio, allora Rutelli è obbligato a restare nel centrosinistra per altri cinque anni.
Tutto qui. Semplice no?
Questo è il vero motivo per cui Rifondazione non "poteva" rompere con Rutelli. Ed anche il motivo per cui non poteva dircelo. Il gioco di Rutelli è: escludere completamente la sinistra, ed i suoi programmi, dal governo (preferibilmente guidato da lui, ovvio). Ma Bertinotti, come Berlinguer prima di lui, non può confessarlo ai suoi elettori, per non demotivarli.
La scommessa attuale della sinistra italiana (quella senza il "centro-" davanti: Rifondazione, Verdi, sinistra Ds, Pdci) è impedire per i prossimi cinque anni che Rutelli tradisca e vada con
la destra. Ma questa scommessa politica va in direzione esattamente opposta alla nostra richiesta di rompere con Rutelli, qualora per avere i Pacs sia necessario farlo.

Detta così, la scelta della sinistra appare non certo più giustificata, però almeno più sensata. Ma allora perché non ce la si è spiegata in questo modo?
Qui penso che, oltre al dato oggettivo (sarebbe stato suicida discutere apertamente del fatto che Rutelli aspira a tradire gli alleati, fornendo così argomenti polemici agli avversari) ce ne
fosse uno soggettivo. E cioè il fatto che tutta la sinistra comunista o ex-comunista italiana non si è ancora liberata dall'idea secondo cui in politica, prima vengono i dati legati all'economia (quelli "strutturali") e poi, e solo se avanza tempo, quelli legati alla vita personale ("sovrastrutturali") che discendono senza mediazione dai primi.
Questo dato è stato evidenziato dal modo in cui Bonino e Rutelli, entrambi passati attraverso l'esperienza dalla ex "nuova sinistra" (quella che aveva coniato lo slogan "il personale è
politico") hanno entrambi saputo giocare (sia pure in senso opposto) la questione dei Pacs nelle loro trattative. Lo hanno saputo fare perché lo hanno voluto fare. Perché per loro "il
personale è politico".
Invece Bertinotti o Fassino erano, sono, semplicemente incapaci di immaginare una strategia politica che parta dai bisogni personali della gente. Per loro resta sempre di fondo la convinzione per cui la dimensione sessuale è forse gradevole, ma comunque non importante, e soprattutto non politica. Le "vere" questioni, come ha detto esplicitamente D'Alema parlando di Pacs, sono altre, quindi i compromessi più facili, come ha dimostrato Bertinotti, si possono fare qui.
È per questo che Rutelli è riuscito ad incastrarli nel gioco del "o Tav o Pacs". Rutelli, che non viene dal Pci, ha capito (come già Mastella e soprattutto il loro maestro Ruini) tutta l'importanza
della carta politica della sessualità, e la gioca, e la sa giocare bene. Bertinotti e Fassino, convinti di essere trascinati su un terreno "sovrastrutturale", poco importante, combattono senza convinzione, e non hanno argomenti per vincere. Bertinotti ha addirittura detto che Rifondazione ha dimostrato di essere seria, perché non ha fatto, come i Radicali, "una sceneggiata per un pugno di voti". Non c'è nulla da fare. Anche quando cercano di mettere
toppe sul buco, i politici dell'ex Pci riescono solo ad allargare sempre più lo strappo con i possessori di quel "pugno di voti", che poi saremmo ancora una volta noi gay.
 
Qui tiro un sospiro, e capisco che nel dopo elezioni noi gay abbiamo un bel po' di lavoro che ci aspetta, in termini di educazione politica della sinistra italiana.
Nell'attesa, chiedo ancora una volta a chi leggerà queste righe prima delle elezioni di non fare stupidaggini e di andare a votare, per quanto incazzato sia. Magari Rosa nel pugno, se proprio i
partiti della sinistra non riesce a votarli, ma vada a votare.
Ricordiamo che Zapatero ha vinto non perché abbia portato via voti alla destra, che ha preso gli stessi voti della volta precedente, ma perché due milioni di elettori di sinistra scazzati sono andati a votare contro le bugie di Aznar sul terrorismo. E la differenza s’è vista immediatamente.
Non ho bisogno di spiegare io perché l'Italia non può permettersi il lusso di cinque altri anni di uno sfascia-nazione come Berlusconi, dato che ormai perfino la Confindustria non ne può più
di lui.
Quanto poi a spiegare perché noi gay non possiamo aspettarci nulla di buono da un governo che ci ha chiamati "culattoni" per cinque anni, o da una coalizione che candida esattamente zero gay nelle sue liste, o che dichiara “meglio fascisti che froci”...
permettetemi di sperare che sia superfluo.
 
Il 9 aprile andiamo tutti a votare, rafforzando la sinistra per mandare all'aria il giochino di Rutelli.E il 10 aprile iniziamo a chiederle conto delle sue bugie e delle sue prese per il culo...
 

Giovanni Dall'Orto
postato da: dallorto alle ore 05:04 | Permalink | commenti
categoria:elezioni
martedì, 04 aprile 2006
Di: Giovanni Dall'Orto

"Si possono scordare il mio voto: questa volta non vado a votare"; questo è stato il secondo commento più comune che ho udito in questi giorni, man mano che si diffondeva la notizia del non inserimento dei Pacs nel programma dell'Unione (il primo era: "Adesso basta, stavolta voto per i radicali!").
 
Questo è un atteggiamento comprensibile, specie quando al danno si aggiunge la beffa dei comunicati dei leader di partito che con assoluta faccia di bronzo affermano che i Pacs ci sono eccome, nel programma, solo un poco annacquati (l'"annacquamento" consiste nel
fatto che quando si parla del riconoscimento delle unioni lgbt non si nomina... il riconoscimento delle unioni!).

Né contribuiscono alla serenità degli animi le prese di posizione di  quegli esponenti gay che sparano contro i "massimalisti" che osano  protestare contro questo pasticcio, che "era tutto quel che potevamo ottenere": "criticare i partiti vuol dire solo far vincere la destra". E qui occorre essere molto chiari. O i Pacs sono una questione molto importante, al punto da poter decidere la vittoria e la sconfitta di una coalizione, e allora non si capisce con che razza
di testa li si possa cancellare dal programma senza alcun dibattito. Oppure non lo sono, e allora gli strilli contro chi chiede il rispetto dei patti dimostra solo che certi esponenti gay si sono spinti troppo in là con l'inciucio con le segreterie di partito e con il conflitto d’interesse. Avremo modo di discutere di questo dopo le elezioni: quanto avvenuto sul Pacs dimostra che certi cordoni ombelicali, specie coi Ds, rischiano ormai di soffocare il bambino e vanno tagliati al più presto. Ma ripeto, il rendiconto lo riserviamo, e lo rimandiamo, a dopo le elezioni (tanto, manca pochissimo).
 
Perché per ora, l'importante è vincerle, queste elezioni. Perché anch'io mi sono sentito tradito, ed non ho amato per nulla il modo in cui un'intera classe dirigente gay, un movimento lgbt, l'insieme dei nostri rappresentanti politici, e dieci anni di paziente mediazione, sono stati delegittimati stoltamente in un attimo.
Mi sono annotato tutte queste offese, e intendo chiederne conto.
 
Però, non avendo la memoria politica che dura solo venti giorni, come l'elettore a cui si rivolge Berlusconi, mi ricordo fin troppo bene di tutte le offese, e soprattutto delle leggi esplicitamente antigay che ci ha offerto il governo di centrodestra.
 
Non andare a votare è la forma di protesta più stupida che esista. È proprio perché siamo incazzati che dobbiamo prima far vincere il centro sinistra, e poi presentargliene il conto. Non è colpa mia se Rutelli sta usando gli omosessuali per mettere in imbarazzo, delegittimare ed umiliare ad ogni occasione Prodi, non è colpa mia se cerca in questo modo di scavalcarlo per fare il grande inciucio con la destra, e ricostruire il "grande centro". Spero solo che fra i
miei (e)lettori nessuno sia tanto masochista da votare per la Margherita, perché qui saremmo proprio al livello di "sì, ti prego fammi ancora più male"... Se non potete votare per gli altri partiti del centrosinistra perché “troppo di sinistra”, allora votate almeno per i radicali, che di sinistra non sono stati mai (tant'è che prima stavano col centrodestra), ma che almeno sono da sempre filo-gay.
 
Ora, so di potere dichiarare qui che motivi di coscienza m'impediscono di votare per i radicali, con la tranquillità d'animo che mi viene dal sapere che nessun direttore di giornale gay ha mai
spostato un solo voto nella storia ("Homosexuals vote with their class, not with their ass", cioè "Gli omosessuali votano in base ai loro interessi di classe, non a quelli del loro culo", è uno slogan americano che riprendo ad ogni elezione).
 
Come gay non posso accettare la loro fanatica guerra all'articolo 18, che impedendo licenziamenti senza "giusta causa" ha tutelato migliaia di gay da licenziamenti a capriccio da parte di padroni omofobi. Come lavoratore che non vive certo di rendita, non sopporto la loro
ostilità preconcetta ai sindacati. Come ecologista, il loro entusiasmo per il nucleare, e come pacifista, quello per l'esportazione armata della "democrazia" con le "bombe democratiche"
e le aggressioni militari. Come persona che crede nei Diritti dell'Uomo, il loro disprezzo dei diritti umani del popolo palestinese, e come democratico il loro folle sostegno al sistema
uninominale (che ha peraltro azzerato la loro rappresentanza parlamentare... al punto che se la Rosa nel Pugno rinasce è solo perché è stato reintrodotto in parte il proporzionale)...
Devo continuare? Non esiste solo il sesso, nella vita (e a 47 anni meno che mai)!
Voterò quindi, e cercherò di convincere a votare, per Rifondazione comunista, in base alle idee sopra elencate e ai miei interessi (anche di gay), esattamente come fanno tutti. Penso che Rifondazione sia il solo partito che mi convince parlando di diritti civili, diritti economici e dignità umana.
 
Il che non vuol dire che non ne sia deluso anche io, come gli altri.
Il partito per cui voterò ha dimostrato di avere sottovalutato la valenza, anche (e forse soprattutto) simbolica della questione omosessuale. Che si configura ormai come una di quelle questioni che "fanno epoca"; come lo è stato per esempio nel dopoguerra il voto
alle donne: una volta che i tempi sono stati maturi, ad uno ad uno lo hanno concesso tutti i Paesi. Così è per i Pacs, che sono presenti nella legislazione di tutta Europa (meno Italia, Grecia e Irlanda) ma che qui si vogliono escludere dalla discussione per altri cinque anni
ancora!
Ciò detto, la reazione sensata, a mio parere, è fare vedere i sorci verdi al partito da cui mi sento tradito, attraverso una ripresa della "militanza", che a questo punto è palese che non può più essere delegata a pochi nostri delegati. Scavalcati e umiliati dal modo di agire dei partiti. A questo scopo ho aperto un blog: "Vogliamo i Pacs. ORA!" http://www.pacs.splinder.com, per coordinarmi con quanti altri, come me, intendono attivarsi con iniziative di protesta e,
insomma, cercherò di darmi da fare di più in prima persona.
Ma di sicuro non rinuncio al voto, col rischio di trovarmi daccapo al governo non solo un uomo che ha rovinato l'Italia, non solo ministri che ci han dato dei "culattoni", ma addirittura Forza Nuova, o personaggini nazisti che i gay non si limitano a odiarli, ma dicono
apertamente che andrebbero internati.
 
Se siete talmente incazzati da non potere proprio votare per i Ds o per Rifondazione o per i Verdi, e pensate che votare per i Radicali sia un modo efficace di protestare, per carità protestate in questo modo e votateli, ma non rinunciate al voto. Non condivido l'idiozia
di Diliberto secondo cui i radicali sono "una rogna da grattare"
. I radicali, fermi restando tutti i motivi di dissenso che ho appena esposto, sono semmai una risorsa per il Centrosinistra.
I Pacs non sono mai stati la loro battaglia, però, come dimostra l'intervista a Capezzone in questo numero di "Pride", sono stati capaci di appropiarsene quando coloro che l'avevano portata avanti l'hanno abbandonata in modo opportunista. Non sono nemmeno coerenti,
visto che alla fine, dopo tutte le piazzate e le scene madri, il programma dell'Unione l'hanno firmato anche loro, esattamente come tutti gli altri, e per gli stessi motivi. Però almeno le piazzate loro le hanno fatte, e scusate se è poco. Ci sono casi in cui "la forma è sostanza", e questo è uno di quelli.
Per finire, sono una riserva di laicità in uno stato in cui il clericalismo è diventato una cappa soffocante che incide ormai pesantemente nelle nostre vite quotidiane. Fino a che sarà Ruini, via Rutelli, a dettare i programmi dell'Unione, ci scordiamo i pari diritti per i gay...
A dosi minime (e i sondaggi li danno al 2%, che in caso di spettacolare trionfo arriverebbe omunque solo a un minuscolo 4%) i radicali sono un antibiotico che potrebbe solo fare del bene al Paese.

(Da "Pride" n. 81, marzo 2006).
 
postato da: dallorto alle ore 04:03 | Permalink | commenti (5)
categoria:
venerdì, 24 febbraio 2006
Appello ai colleghi, dai direttori delle testate giornalistiche lgbt italiane

[Nota di Giovannni Dall'Orto: ovviamente i link a miei articoli e i neretti li ho aggiunti io al momento di pubblicare l'appello sul questo
blog...].

Cari colleghi,

Vi scrivono i direttori delle testate italiane che si rivolgono alla comunità lgbt (lesbica, gay bisessuale e transessuale) italiana. Che in questi giorni è in subbuglio per il mancato inserimento dei Pacs nel programma dell'Unione, nonostante le ripetute promesse e rassicurazioni degli anni passati.

Le dichiarazioni dei politici hanno cercato di accreditare la tesi per cui i Pacs nel programma ci sono, solo che non sono chiamati con quel nome. Questa risposta è inaccettabile, visto che qui nessuno ha mai fatto questioni di nome (tant'è che in origine parlavamo di "Unioni civili"), bensì di sostanza: il riconoscimento dei diritti delle coppie che non hanno accesso al matrimonio. Ebbene: nel programma non si nominano mai i diritti delle coppie lgbt, accontentandosi di accennare a non specificati diritti degli individui (si noti bene, individui) coinvolti nelle unioni di fatto. Come se fosse la stessa cosa: non lo è.

Tutto ciò spiega le reazioni che, nonostante il silenzio di gran parte dei mass media, stanno moltiplicandosi nel mondo lgbt.
Purtroppo il mondo dell'informazione ha fin qui riportato la versione dei partiti senza approfondirne l'accettazione da parte dei diretti interessati. Perfino le lettere di protesta scritte ai quotidiani sono state filtrate, cosicché fin qui lo scontento del mondo omosessuale italiano e le sue ragioni non sono arrivati a conoscenza de(gl)i (e)lettori.

Benché tale scelta abbia probabilmente lo scopo di non esacerbare i toni, essa rischia di avere l'effetto opposto: si rischia cioè che, man mano che si moltiplicano gli episodi di contestazione alla leadership dell'Unione da parte del mondo lgbt, si creino lacerazioni che sarebbe stato perfettamente possibile prevenire. Col rischio che quello che è nato come un semplice errore di valutazione diventi un "caso politico" e un autogol in piena regola per il centrosinistra.

I Pacs non sono un feticcio. Sono essi stesso il frutto d'una sofferta mediazione nel mondo lgbt, e non raccolgono l'entusiasmo di tutti. Ma erano il minimo che l'Unione si era impegnata, e per iscritto, a concedere nel proprio programma. Non possono essere semplicemente cancellati da un programma che non prevede poi null'altro di quanto chiesto dal mondo lgbt, dalla legge anti-discriminazione alla legge sui crimini d'odio e contro l'omofobia, a tutto il resto.

Vi chiediamo pertanto di rendere conto del dibattito in corso, che non è certo destinato ad esaurirsi da solo in assenza di spazio mediatico; al contrario, esso rischia di spostarsi dal piano nonviolento, democratico e civile su cui si è svolto in questo giorni, al piano dei gesti clamorosi che obblighino i massmedia a renderne infine conto. Non sarebbe meglio prevenire tale scenario?

Contando sulla vostra comprensione, vi inviamo i nostri migliori auguri di buon lavoro.

Aut                      Gabriele Bonincontro (Direttore, Circolo di Cultura Mario Mieli, Roma).
Babilonia           Lucia Contin (direttore responsabile).
Cassero            Matteo Ricci (coordinatore magazine, Arcigay Bologna).
Clubbing           Felix Cossolo (direttore reponsabile).
Gay.it                 Alessio De Giorgi (direttore dei contenuti).
Gaynews.it       Stefano Bolognini (direttore editoriale).
Gay.tv                Giuliano Federico (direttore attualità GAY.tv).
Pride                 Giovanni Dall'Orto (direttore responsabile).
Retegay.it        Thomas Freddi (direttore responsabile).
Towanda! Rivista lesbica - Francesca Polo (direttora editoriale).
postato da: dallorto alle ore 18:09 | Permalink | commenti (7)
categoria:
venerdì, 24 febbraio 2006
ARCIGAY BRESCIA: VOGLIAMO SOLTANTO UGUALI DIRITTI PER UGUALI DOVERI

Intervento sui Pacs di Luca Trentini, online qui.
postato da: dallorto alle ore 18:00 | Permalink | commenti
categoria:arcigay, trentini luca
martedì, 21 febbraio 2006
Ricevo e pubblico:

ArciLesbica – Associazione Nazionale                     
ASSEMBLEA NAZIONALE DI ARCILESBICA
 
Bologna, 19 febbraio 2006
 
La nostra associazione era pronta a organizzare attivamente la campagna elettorale all’interno della comunità lesbica italiana in favore delle forze dell’Unione, in virtù degli impegni ufficiali presi da Prodi e dagli altri leader della coalizione, ad eccezione della minoranza di Rutelli e Mastella, ad approvare una legge che riconosca anche nel nostro paese le unioni civili. 
Tuttavia il programma sottoscritto dall’Unione, stracciando gli impegni presi, prefigura diritti non per le coppie di fatto, ma solo per le persone che compongono le coppie di fatto. 
Si tratta di un’inversione di rotta che recepisce le dettature di Ruini e che manterrà le coppie dello stesso sesso in un’inaccettabile condizione di discriminazione. 
La delusione e la rabbia di milioni di cittadine e cittadini omosessuali è grande. 
ArciLesbica chiede il reinserimento dei PaCS nel programma dell’Unione, atto dovuto, atto promesso, atto europeo, atto tardivo e irrinviabile di rispetto dei diritti umani. 
MINIMUM PACS è da due anni e rimane il nostro terreno minimo di contrattazione politica.
 Qui è in gioco la vita quotidiana e la dignità di milioni di italiane e italiani. 
In assenza di fatti nuovi significativi che impegnino la coalizione, ArciLesbica non sosterrà l’Unione nella prossima competizione elettorale, ascrivendo all’Unione stessa la responsabilità di aver rinunciato all’appoggio della nostra associazione. 
L’Unione ci ripensi o si perderanno tanti voti nelle imminenti elezioni politiche, che invece devono liberare l’Italia dalle destre.
 
Mozione approvata dall'assemblea nazionale di ArciLesbica, con il voto delle delegate dei circoli di Treviso, Ferrara, Roma, Bari, Milano, Bologna, Firenze, Pisa, Napoli, Verona, Perugia, Genova, Trento.
postato da: dallorto alle ore 11:34 | Permalink | commenti (1)
categoria:arcilesbica
martedì, 21 febbraio 2006
Ricevo questo comunicato, che pubblico:

Desidero portarvi a conoscenza dell’incontro che si terrà sabato prossimo, 25 febbraio, ore 17.00 presso la Libreria Claudiana, via Francesco Sforza 12/A, Milano (tel. 02.76021518)  sul tema:

 “Unioni civili, famiglie, coppie di fatto”

Quando l’amore diventa un problema politico
Intervengono Silvia Banfi (avvocato)
Letizia Tomassone (teologa valdese)

I diversi modelli di convivenza e di famiglia presenti nella nostra società sono di nuovo al centro dell'attenzione pubblica in seguito alle proposte di riconoscimento civile delle coppie di fatto e così l'amore diventa subito un problema politico, sociale e morale. Chi difende la famiglia tradizionale, la definisce spesso "naturale" oppure “cristiana”,  ritenendola perciò immutabile e intoccabile. Un atteggiamento, questo, che non tiene conto che già nella Bibbia esistono modelli diversi di coppia e di famiglia e che il nostro sguardo sulla natura deve fare sempre i conti con la nostra cultura. Mettere al centro l'amore significa anche e soprattutto rispettare i diritti della persona.
postato da: dallorto alle ore 11:32 | Permalink | commenti (1)
categoria:
martedì, 21 febbraio 2006
Una delle persone che avevano ricevuto l'appello ai leader dell'unione (a proposito, siete ancora in tempo a mandarlo, se non lo avete ancora fatto) si è visto rispondere così da un amico, evidentemente sostenitore della giustezza della linea dell'Unione:

Quello che scrivi non è del tutto corretto. Mi permetto pertanto di fare alcune precisazioni.
Ti invito a leggere con attenzione il programma dell'Unione prima di inviare la mail come potrete notare a pagina 73 c'è un preciso impegno a favore delle unioni civili.
Si tratta giustamente di una mediazione. Sono convinto che la serietà dei partiti del centrosinistra e il pressing che proviene da tutta Europa saranno sufficienti a fare in modo che una legge soddisfacente venga approvata.
[...]

Ora, noi siamo birichini, e vogliamo proprio farlo, quanto ci consiglia di fare questo saputello. Andiamo a vedeer a pagina 73, e ci troviamo scritto:

"L'Unione proporrà il riconoscimento giuridico di diritti, prerogative e facoltà alle persone che fanno parte delle unioni di fatto. Al fine di definire natura e qualità di una unione di fatto non è dirimente il genere dei conviventi né l'orientamento sessuale, va considerato, piuttosto, quale criterio qualificante il sistema di relazioni (sentimentali, assistenziali, e di solidarietà, di mutualità e reciprocità) la loro stabilità e volontarietà".

Si noti: l'Unione non proporrà il riconoscimento delle unioni civili.
Non proporrà neppure il riconoscimento de facto di diritti alle unioni civili.
L'unione, invece, riconoscerà "diritti, prerogative e facoltà" (quali? Indovinalo grillo! Se non si promette nulla, poi non si è tenuti a mantenere la promessa!) alle persone, si noti, persone, che fanno parte delle unioni civili. Dopodiché dichiara che la cosa si applica a tutti, indipendentemente dal sesso (ma esiste giù una legge che vieterebbe comunque di farlo, quindi qui ci promettono che grazie a loro alla mattina il sole si alzerà) e dall'orientamento sessuale.
Quest'ultima pare una promessa più seria, ma dato che non stanno promettendo nulla a nessuno, possono permettersi di garantire che non faranno discriminazione, in base all'orientamento sessuale, sul fatto che non daranno nulla a nessuno. Che carini.

Torniamo seri, allora.

Il dibattito sulle unioni civili verteva sul RICONOSCIMENTO DELLE COPPIE CHE NON POSSONO, o non vogliono, ACCEDERE AL MATRIMONIO.
Di tale riconoscimento qui non si parla affatto. Di che si parlo, allora? Di nulla, sostengo io. E non solo io.

Ci si dice infatti che si riconoscono diritti agli "individui".
Ma questa è pura retorica, fumo negli occhi, tanto è vero che questa soluzione fu proposta, qualche mese fa, dal cardinale Ruini in persona, che ovviamente, essendo nemico giurato dei Pacs, non intendeva affatto proporre un modo più soft per approvarli, ma semmai un escamotage subdolo per evitare di approvarli.
Infatti, ragioniamoci sopra, viene fuori che è vera "la seconda che ho detto".
O questi diritti sono diritti che l'individuo ha, indipendentemente dal fatto di fare parte di una coppia o meno, e in tal caso, daccapo, ci stanno promettendo che al mattino il sole si alzerà grazie a loro.
Oppure, sono diritti che maturano per il fatto di essere in coppia. In tal caso, come minimo la logica vuole che la condizione di "essere in coppia" venga certificata. Ma questo è il Pacs... Il Pacs, che è il "patto comune di solidarietà", è infatti una dichiarazione a due con cui viene preso atto da parte della collettività dell'esistenza di una condizione di "un sistema di relazioni (sentimentali, assistenziali, e di solidarietà, di mutualità e reciprocità) stabile e volontario", per citare il programma dell'unione.
Tuttavia ci è stato detto che il Pacs non ce lo si può dare. Ma allora cos'è che ci darebbero?

Supponiamo che a me serva andare ad accudire il mio compagno che è in ospedale. Cosa permessa in automatico solo ai parenti e ai coniugi. Per potere ottenere tale diritto, sia pure a titolo individuale, occorrerà che la mia condizione di convivente "assimilabile a un coniuge" sia certificata, altrimenti basterebbe dire che chiunque può assistere chiunque (e qui non serve più alcune legge specifica sulle coppie).
Ed ovviamente, non ha senso che la cosa si basi su un'autocertificazione di una sola persona: ovviamente anche l'altra persona deve essere d'accordo: la certificazione deve avvenire presenti tutti e due.
Ma questo è il Pacs...
Cioè quello che ci viene detto che non ci "possono" dare.

Cara Unione, puoi ripetere? Perché non l'ho mica capito, alla fine, cos'è che ci vorresti dare... 
postato da: dallorto alle ore 11:30 | Permalink | commenti (10)
categoria:
lunedì, 20 febbraio 2006
La Repubblica, lunedì 20 FEBBRAIO 2006 - Pagina 29 - Cronaca
MARCO POLITI
Da stamane nell'ateneo del Papa. L'obiettivo sono matrimoni e Pacs che stanno ottenendo riconoscimento in vari paesi
Omosessualità, l'offensiva vaticana
Seminario alla Lateranense: fermare la cultura gay
Teologi e psicanalisti a convegno per approfondire il tema "Si tratta di una alterazione della identità sessuale"

Questi i titoli. L'articolo lo leggete per intero qui:
http://www.gaynews.it/view.php?ID=36305
postato da: dallorto alle ore 05:47 | Permalink | commenti (5)
categoria:vaticano